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mercoledì 27 dicembre 2017

Perché non riusciamo più a immaginare un mondo senza sorveglianza




Immagine via Flickr/ING 
Ha fatto molto parlare di sé l’esperimento, realizzato di recente in Cina dalla Bbc, volto a scoprire quanti minuti occorrono ai sistemi di sorveglianza cinesi per intercettare e arrestare un suo giornalista. Di fatto, è bastato inserire i dati del reporter in un watchlist di sospetti, far incrociare queste banche dati con quelle dei risultati ottenuti con le tecniche di facial recognition e video-sorveglianza, e in appena 7 minuti il giornalista è stato raggiunto e fermato da agenti di polizia per le strade di Pechino.
L’esperimento ha mostrato l’inquietante efficienza dello stato di sorveglianza cinese: non a caso, nel servizio dell’emittente britannica, si vedono anche le autorità bearsi del potenziale delle loro tecnologie, e della plateale pervasività dei loro sistemi. L’esperimento è soprattutto anche la certificazione di quanto facilmente, e con quale brutale precisione, possa essere utilizzata la sorveglianza cinese contro i cittadini, i dissidenti politici e, virtualmente, chiunque.
C’è qualcosa di inquietante anche su un piano simbolico in questa storia, che dice molto sulla percezione della sorveglianza in questa fase post-Snowden. L’esperimento della Bbc, di fatto, è uno stunt svolto in una situazione controllata, ma potrebbe essere una notizia di cronaca di un giorno qualsiasi, se le notizie di questo tipo filtrassero oltre la coltre del controllo cinese. Guardare il video, però, lascia una sensazione a sua volta ambivalente: se da un lato ci dà conferma di qualcosa che diamo per assodato — la potenza della sorveglianza cinese — dall’altro sembra confermare un altro assunto, la sorveglianza come qualcosa di inevitabile. Nel video, la sorveglianza si manifesta platealmente con tutte le sue conseguenze materiali, ma l’esperimento non scalfisce di un centimetro un assunto che conoscevamo già e contro cui non sembra ci siano strumenti da impugnare.
La sensazione che lascia l’esperimento è un misto di stordimento di fronte al sublime offerto dalla tecnologia e la sua efficienza, e un senso di ineluttabile cambiamento dello stato delle cose. I ricercatori Lina Dencik e Jonathan Cable della Cardiff University hanno dato un nome a quella sensazione in un loro recente paperchiamandola “realismo della sorveglianza”. Il concetto, che mutuano apertamente dal “realismo capitalista” di Mark Fisher, esprime una sensazione che identifica “il disagio e la preoccupazione per la diffusa raccolta di dati, in parallelo alla normalizzazione attiva e alla giustificazione delle pratiche di sorveglianza che limitano anche le possibilità di immaginare modi alternativi di organizzare la società”, scrivono i ricercatori.
Se Edward Snowden ha dato al dibattito pubblico, ormai 4 anni e mezzo fa, gli strumenti per vedere la sorveglianza di massa e la sua portata anche sotto regimi interamente democratici, il clima complessivo nei confronti di queste pratiche di controllo non è radicalmente mutato. Dopo una prima ondata di risposta, che ha portato a delle riforme in particolare negli Usa, diversi Paesi europei hanno risposto spingendo nuove legislazioni che hanno aumentato i propri poteri di sorveglianza sui cittadini. Ma anche al di fuori delle scelte della politica, la sorveglianza guadagna terreno nel dare forma alle attività quotidiane e, nel 2017, il riconoscimento facciale si è fatto strada come pratica e tecnologia ormai standard, ottenendo nuovi consensi e una progressiva domesticazione.

Apple ha inserito il riconoscimento facciale nel suo ultimo iPhone, sollevando non poche preoccupazioni su come le immagini raccolte potranno essere utilizzate e a chi saranno accessibili, oltre che per la creazione delle Animoji, già oggetto di un tweet di Black Mirror.
Anche Facebook, però, utilizzerà il riconoscimento facciale per riconoscere i volti dei propri utenti anche nelle foto in cui essi non sono esplicitamente taggati. Se da un lato questo serve a dare maggior controllo a tutti sulla propria immagine sul social network, la decisione sembra garantire a Facebook ulteriori dati ed elementi per profilare più dettagliatamente gli utenti che popolano il suo ambiente. La cosa non sarà possibile in Europa e in Canada, dove le leggi vigenti vietano questa tecnologia, scrive TechCrunch. La scorsa estate, però, si è parlato di totem pubblicitari in grado di elaborare i volti delle persone anche in Italia, alla Stazione Centrale di Milano, pet esempio. E ad agosto c’è stata polemica per l’utilizzo del riconoscimento facciale in via sperimentale durante il Carnevale di Notting Hill a Londra da parte della polizia inglese, una pratica che per alcuni rappresenterebbe una forma di profilazione su base razziale. 

L’uso di questi sistemi, ad ogni modo, è sempre più frequente e diversi paesi stanno adottando queste tecnologie a scopi di prevenzione del crimine. L’Italia, secondo le informazioni ottenute dal giornalista e collaboratore di Motherboard Riccardo Coluccini, ha acquisito, per mano del Ministero dell’Interno, un sistema di riconoscimento facciale in grado di essere utilizzato quando “un operatore ha la necessità di ricercare l’identità di un volto presente in un’immagine, per mezzo di uno o più algoritmi di riconoscimento facciale, all’interno di una banca dati di grandi dimensioni”. Il riconoscimento facciale è però solo una pratica, ormai mainstream, tra le altre, con la quale la sorveglianza può essere applicata agli ambiti della vita di tutti i giorni, secondo lo schema che David Lyon chiama “cultura della sorveglianza”.
Sul piano politico, intanto, gli scenari continuano a peggiorare. La Camera italiana ha approvato in via definitiva l’estensione della data retention in Italia, portandola a sei anni; questo significa che i dati del traffico telefonico e telematico degli italiani dovranno essere conservati dai provider per 72 mesi a scopo di potenziali indagini, contro i due anni per le telefonate e l’anno per i dati telematici previsti invece dalla precedente legislazione. L’estensione voluta dal Parlamento è criticata dal Garante della privacy italiano ed è in contrasto con le decisioni della Corte di giustizia dell’Unione europea, come scrive Valigia Blu. Negli Usa, invece, il Congresso potrebbe ri-potenziare ed espandere i poteri di sorveglianza della NSA, eliminando alcune limitazioni vigenti. Prese come esempi, le due norme sembrano rappresentare perfettamente l’idea di “realismo della sorveglianza” per come lo teorizzano Dencik e Cable, ma guardando indietro agli ultimi quattro anni è facilissimo imbattersi in altre norme, o pratiche, che sembrano giustificare il concetto-
Quanto sia pervasivo questo “realismo” è difficile stabilirlo. Per quanto l’esperimento cinese della Bbc lavori su un estremo, la sua portata è indicativa di un potenziale già in nuce. Non è di certo un episodio di Black Mirror, ma funziona in modo simile: mette in scena un estremo già ampiamente funzionante e ancorato in elementi visibili altrove in tono meno enfatizzato. Solo che è in tutto e per tutto reale. Dimostra, spaventa e, su un piano simbolico, non sembra lasciare possibilità di immaginare una possibilità altra. Quello che occorre davvero, a quasi un lustro di distanza da Snowden, non sono più solo gli strumenti necessari a fronteggiare la sorveglianza come status quo, scrive Lina Dencik, ma espandere i limiti dell’immaginazione per riaffermare un’organizzazione diversa della società. Prima che la sorveglianza, di massa o embeddata nelle attività umane più disparate, diventi un confine immaginativo insormontabile.
fonte https://motherboard.vice.com/it/article/kznzae/perche-non-riusciamo-piu-a-immaginare-un-mondo-senza-sorveglianza

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