premio

In classifica

sabato 9 maggio 2015

Jean Francois Ganevat da Rotalier, Jura



Un grande vino è capace di unire spessore, intensità , franchezza degli aromi, a una piacevolezza di beva. Con il mastodontico estratto spesso si sballa, si sfocia nello stucchevole e nel grottesco. Con la spiccata acidità può accadere che la beva è sì golosa, ma monocorde. Molto peggio accade col tannino. A volte i  naturali fluidi  salivari rimangono intrappolati nelle spire delle idrovore polifenoliche e tanniche e  in quei casi non c’è stimolazione che possa far fluire il nettare. Ogni piacevolezza si ammutolisce. Ma quando da una base corale e polifonica una componente del delicato e complesso insieme di addendi che danno vita al vino svetta al punto da dipingere l’insieme del suo colore , seguita poi da altre note che fanno altrettanto,  una più alta  piacevolezza si dispiega. E’ quello che mi è capitato fragorosamente,clamorosamente , in questo fine settimana ai suoi vini dedicato, con i nettari di Jean Francois Ganevat da Rotalier, Jura. Quella denominata Côtes du Jura”  è una regione della  Francia tra la Borgogna e la Svizzera che  per me fino a ieri era il paradiso del “Vin Jaune”.  Questo vino è caratterizzato da un  invecchiamento che ne determina l'evaporazione. Si forma così una sacca d'aria nel vaso vinario che favorisce l’ossidazione, a causa soprattutto della formazione di uno strato di lievito simile al  “flor”  che produce lo Sherry.  Ma il clima della Côtes du Jura”  è quello della Borgogna, un po 'più freddo. Sin dal Medioevo uve Chardonnay e Pinot Nero sono state  portate  nella zona e hanno trovato un habitat ideale. In questo ambiente va contestualizzato l’operato di Ganevat. Jean Francois ha operato nell’azienda vinicola di famiglia dal 1982 fino al 1989 , quando , in cerca di nuove esperienze , è andato  a lavorare in Borgogna presso il Domaine di Jean-Marc Morey. Vi ha lavorato  per 9 anni ed ha avuto modo di imparare un nuovo approccio al vino e al terroir. In quegli anni incontrò ed assaggiò per la prima volta i vini di Philippe Pacalet , Dominique Derain e Prieure Roch. Le sue papille gustative e la sua mente erano pronte alla sfida: tornare a casa e provare a fare dello Jura un compendio del suo sogno enoico. Una volta alla guida, una “rivoluzione”  ha stravolto l’azienda paterna a partire da una parcellizzazione maniacale delle vigne . Qui i dati si fanno controversi. Se la superficie vitata “utile” ammonterebbe a circa 8 ettari, quante sono le etichette prodotte ? Incredibile a dirsi, non meno di 20, con punte di oltre trenta . Si, perché Jean Francois intende leggere il suo territorio palmo a palmo e trarne tutte le melodie organolettiche possibili. Il risultato? Una fantastica carrellata di vini, uno più buono, succoso, intrigante dell’altro. Ma veniamo a ciò che li accomuna. A quanto pare il  “nostro”  coltiva in regime agronomico  biodinamico dal 1999, le rese sono esiziali, e dal 2006 ha completamente eliminato l’uso di solforosa, eccetto piccole quantità per le “cuvèe”  di chardonnay  “Florine”  e  “Grusse en Billat”.
Anche i suoi mosti sono fermentati spontaneamente in tini troncoconici da 500 litri rigorosamente non nuovi (eccezion fatta per le barrique da 228 litri, di cui il 20% nuove, riservate al pinot nero). Il vino non è filtrato né chiarificato. Ma il vero “must” sono le micro-vinificazioni, quelle che ti fanno  pensare che
spesso è difficile distinguere la sottile linea che divide genio da pazzia.  Jean-François Ganevat  è uno dei più grandi “terroirista” del mondo se da una manciata di ettari vitati produce quasi trenta cuvée arrivando a vinificare  anche 60 litri di prodotto!! Ma quel che più strabilia è la convivenza di ricchezza, acidità e sapidità. Spesso nei vini c’è molto dell’una e poco delle altre. O viceversa.  Con Ganevat, sfiorando l’estremo e ricorrendo al manto di una leggera, vibratile  e pregevolissima ossidazione, si centra un supremo equilibrio, a registri inusitati e aulici. Cos’è stato, venendo alla beva, il Savagnin “Les Chalasses Marnes Bleues” del 2011?  Scopro, leggendo qua e là, che persino Robert Parker ne è rimasto ammaliato. Questo dimostra che l’eccellenza mette le ali ai sensi e ti fa scordare gusti,particolarismi, amenità intellettualistiche. La scossa emozionale di questo Savagnin è indimenticabile. Impossibile enumerare i rimandi analogici al mondo dei fiori, dei frutti, dei vegetali, delle spezie. Raro trovare vini così misuratamente piccanti, fumosi, sapidi, minerali. Com’è stata poi la coppia di Pinot Noir “Cuvèe Julien” 2011-2012 ? Inebriante!! Gli intensi profumi che richiamano i frutti rossi sembravano galleggiare su di un substrato magmatico di sottobosco, con svolazzi aromatici di macchia mediterranea, toni affumicati, persino pietra focaia, persino torba. Afrori sensuali che, per certi versi e pur nella diversità, hanno richiamato alla memoria un vino di andate emozioni: il “Point d’Interrogation” di Castelmaure . Anche qui sud della Francia; anche qui ancestrali armonie. Animale, vegetale e minerale si rincorrono e in bocca, dopo l’opulento bacio del frutto, la persistenza è sorretta dall’acidità con note di cuoio, caffè e “millanta altre”, come direbbe Veronelli. Fra i due, difficile preferire un millesimo. Prevedo per Ganevat un futuro ancora più radioso. Poche le personalità, nel mondo del vino, di tale fatta, di tale statura. Tutto sta ad incontrare i suoi vini : poi, non  si finirebbe mai di desiderarli.
Rosario Tiso


Nessun commento:

Posta un commento