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venerdì 27 marzo 2015

Il Barolo di Bartolo Mascarello



Ho sempre amato i piemontesi.
Per l'idea che lo scrittore Cesare Pavese lo fosse.
O forse per la struggente bellezza della loro terra.
Anche per la loro vocazione di facitori di grandissimi vini. Ma soprattutto perchè hanno fatto della fierezza una bandiera.
 Il ritmo di lavoro del contadino racconta meglio di qualsiasi dissertazione intellettuale questo sentimento così nobile e discreto, che amo così tanto. Sorseggiando  un bicchiere di Barolo ho capito come non mai che bere un vino è un viaggio.
L'ho sempre saputo. Sempre ho pensato ai luoghi e alle persone che si nascondono dietro ad una bottiglia. Ma con questo "campione" di Bartolo Mascarello ho avuto una visione. Ho visto vecchi vignaioli ricurvi sotto il peso di ceste di vimini colme d'uva salire su per ripidi e assolati camminamenti, conquistati a pareti impervie e vertiginosi terrazzamenti, dove la vigna è esigua lingua di terra.
Tutt'intorno le Langhe maestose.
Lo stile severo dei vini di un tempo si è evoluto e adesso è molto dolce, pieno, dotato di maturi aromi fruttati ed un lieve, piacevole, caldo morso alcolico a farne sostegno.
Lo so, le note dolci sono le più elementari.
Sono il primo veicolo di piacere alimentare.
Sono la prima sede del gusto. Ma i puristi ricercano nel Barolo essenzialmente l’austerità.
Naturale nell'evoluzione del gusto ricercare altro. Ma evolversi non vuol dire perdere il naturale approccio sensoriale alle cose. Le note dolci saranno sempre ben accette nel repertorio dei piaceri della vita e possono convivere anche con nuances più complesse, di più alto e ricercato lignaggio.
Con il Barolo 2003 di Mascarello il Nebbiolo, vitigno capriccioso famoso tanto per il suo aspetto quanto per il suo carattere tannico, produce uno dei suoi più fini ed eleganti “nettari” che si possano incontrare battendo le capezzagne langarole.
Quintessenza della tradizione, questo immenso vino non va idolatrato ma bevuto.
Dopo congrua  attesa, lambendo pure  l'ordine dei decenni, va stappato e colto nel passaggio fra giovinezza e maturità o nella sua pienezza, prima che l’ossidazione possa imbrunirne lo splendore.
Nel luogo d'elezione, il wine-bar Cairoli a Foggia, fucina di tanti viaggi passati, presenti e di là da venire, ecco dunque salire dal cono olfattivo del bicchiere la rosa e la violetta. Nette, perentorie.
Ma è il gusto a stregare.
Ricco, pieno, sferico, piacevole, giustamente acido, giustamente tannico: un capolavoro di levità e armonia.
A precedere nella beva un simile fuoriclasse un’altra autentica chicca piemontese: il "Verduno Pelaverga" nella versione del 2008 delle "Terre del Barolo".
La Doc Verduno è una delle più piccole d'Italia. Undici ettari scarsi di superficie per un vino "piccolo" come le sue uve, il Pelaverga, ma ricco di fascino.
Originale, fresco, franco, leggero, profumato: questo il suo profilo olfattivo. In bocca poi è succulento.
Non crediamo alla sua fama di vino "afrodisiaco"(lo si dice anche del grignolino! )ma sicuramente la "beva " fluente e piacevolissima aiuta a rimpolparne la fama.
Una serata veramente riuscita, una bevuta esemplare per qualità e progressione(dal Pelaverga al Barolo).
Due splendide gemme enologiche del Piemonte nella loro tipicità: due moventi ulteriori per alimentare, ancora di più, la passione per il vino.
Rosario Tiso






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